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Pdomenico3Gruppo di Missionari in partenza per l’Eritrea 1937 (secondo da sinistra fila in piedi)

Il missionario e il contadino
Frate Domenico, al battesimo Vincenzo Castellucci di Luigi e di Maria Frasca, nacque in Alatri (FR) il 13 marzo 1912. Il 10 dicembre del 1928 nel convento di noviziato dei cappuccini della Palanzana (VT) vestì l’abito religioso e vi emise la professione temporanea l’11 dicembre 1929.Dopo essere stato di comunità nei conventi di Viterbo, Ronciglione e Fiuggi, il 20 febbraio 1937 indirizzò al Ministro provinciale il seguente biglietto: «Umilmente chiedo alla Paternità Vostra di volermi concedere l’obbedienza per andare alle sante missioni in Africa Orientale. Umilmente prego di esaudirmi e di accontentare il mio ardente desiderio per il bene delle anime». La domanda fu accolta e fr. Domenico partì per l’Etiopia nel luglio 1937.

Ottimo missionario in Eritrea

Nella relazione fatta dal Superiore Regolare della Missione, padre Ippolito Cecchini da Vetralla, fr. Domenico è così presentato: «Ottimo missionario; Rimase sempre in Asba Littoria. Vide con malinconia la penosa situazione che ogni anno gli dava un nuovo superiore. Sop¬portò tutto con rassegnazione e fede. Studiò di proposito la lingua amharica e l'apprese discretamente. Non badò a strapazzi per curare la piantagione di caffè, abbastanza lontana dalla Missione, per cui le forze furono fiaccate. Seppe accattivarsi l'animo dei piccoli indigeni che ammaestrava e guidava nel canto sacro. Fu incarcerato insieme al Superiore ai primi di settembre 1941. Si trova a Tabora nel Tanganica col p. Angelo da Trevi».Rimpatriato nell'agosto 1943, trascorse alcuni mesi nel convento di Paliano. Il primo novembre dello stesso anno fu destinato nel convento della Palanzana con gli incarichi di ortolano e di questuante. Nell'agosto 1949 fu trasferito come ortolano nel convento di Fiuggi, allora luogo di noviziato. Chiuso il noviziato nel 1969, fr. Domenico continuò nel suo ufficio di ortolano e assunse anche quello di cuoco. Suonava discretamente l'armonio e, in mancanza di altri, soleva accompagnare i canti della Messa. Conosceva a memoria quasi tutto il salterio.Foto: 

Preghiera e lavoro

Fr. Francesco Celani che risiedette nel convento di Fiuggi dal luglio 1973 al luglio 1982 ha delineato così il profilo di fr. Domenico: «Dovendo parlare di fr. Domenico non è facile descriverlo per quello che è stato. Egli nel suo atteggiamento semplice e dimesso nascondeva una ricchezza interiore non comune. Non si esagera se si afferma che egli è stato un autentico cappuccino, completo sotto ogni punto di vista. Dotato di intelligenza pronta, di tenace memoria e di fine sensibilità, ha affrontato la vita religiosa con vero senso di responsabilità. Dedito alla preghiera in modo singolare, egli pregava in continuazione, e spesso durante le notti si trovava in chiesa. Da tutta la sua persona traspariva qualcosa di mistico e questo specialmente nella partecipazione alla santa Messa. Affrontava i vari lavori dei fratelli (cucina, orto e cantina) con esattezza e diligenza esemplari. Sempre caritatevole con i confratelli, che cercava di far contenti in ogni circostanza. Era di poche parole; amava parlare più con l'esempio improntato ad umiltà e riservatezza. Aveva grande carità coi poveri cui veniva incontro come poteva, senza far pesare il suo aiuto. Nei suoi acciacchi di salute, che non sono mancati, tutto sopportava senza lamentarsi con animo sereno ed accettando tutto dalle mani del Signore. Egli lascia dietro di sé un esempio di tanta bontà e virtù quale vero fi¬glio di San Francesco».Rimase a Fiuggi fino al il 5 ottobre 1993, giorno della sua morte, arrivata, dopo circa un anno che gli era stato riscontrato un tumore.Il Provinciale, colloquiando con lui, quando già era grave gli chiese cosa avrebbe voluto dire ai frati se ne avesse avuto la possibilità, rispose: «Direi di amarsi, perché i frati a volte non si amano». Lo invitò a pregare per le vocazioni, e lui rispose: «Io prego per i frati che già ci sono affinché siano genuini, autentici, trasparenti. Se i giovani vedono autenticità, allora verranno con certezza».

Aspettando il Padrone

Padre Mario Fucà, allora vicario della piccola comunità, il giorno del funerale, ha voluto raccogliere in una paginetta i ricordi di tanti presenti e raccontarlo così:«Il silenzio, le pietre, la terra.... entrando dal cancello del convento si aveva l'impressione di arrivare in un luogo disabitato... poi, per incontrare qualcuno, ci si lasciava guidare da qualche segnale... come quel regolare colpo di zappa e, all'improvviso quella figura che veniva da altri tempi: un cappellaccio, una folta barba bianca, una tunica rozza e un paio di sandalacci... chi era? L'«Ortolano del Convento» era la definizione che fr. Domenico dava di sé, nascondendo in quelle tre parole gran parte della sua vita.Incontrarlo per la prima volta impressionava: austero, di poche parole, sorridente, assorto in preghiera, con gli occhi persi nel vuoto e il cuore preso da Qualcosa da cui niente poteva distrarlo.Quanti ricordi per chi lo ha conosciuto: quei sacchi di granturco caricati su un mulo come niente fosse... quella verdura tratta con amore e pazienza dalla terra e distribuita a tanti...E quelle sue solite quattro parole. La saggezza e l'ironia. «Come stai?». «Come mi vedi» rispondeva. «Quanti anni hai? «Ormai gli anni non li conto più». «Che fai?». «Aspetto il Padrone», rispondeva negli ultimi mesi. E le sue solite battute. Il venerdì: «Perché il mare è salato?... perché c'è il baccalà». La sera, passato un altro giorno, «Che cos'è la notte?... solo un’ombra». Assalito da qualche dolore esclamava «Che guaio!» e aggiungeva: «Qual è l'animale con più guai?... la volpe che fa sempre: guai... guai...».
Padre Mario Fucà